Dal 12 marzo, le imprese italiane ed europee si trovano a fronteggiare una nuova sfida: i dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti su acciaio, metallo, alluminio e i loro derivati.
Questi dazi, volti a proteggere le industrie americane, stanno già causando non pochi problemi e danni ai settori produttivi italiani che fanno affidamento su questi materiali. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente non è solo l’entità delle tariffe, ma anche la confusione e l’incertezza che circonda la loro applicazione e, soprattutto, l’inerzia da parte del Governo italiano e dell’Unione Europea.
Ma vediamoci più chiaro.
Uno dei problemi più evidenti emersi con l’entrata in vigore dei dazi su acciaio, metallo, alluminio e i loro derivati è la totale mancanza di chiarezza su come questi vengano applicati.
Le imprese italiane, specialmente quelle maggiormente colpite, si trovano a operare nel buio.
Nessuno conosce l’esatto imponibile su cui vengono calcolati i dazi imposti.
Nessuno sa se sia possibile dedurre alcuni costi dalle spese.
Nessuno ha fatto chiarezza riguardo alla corretta classificazione delle merci secondo i codici HTS (Harmonized Tariff Schedule), fondamentali per determinare le tariffe doganali applicabili.
Le risposte a queste domande, vitali per la pianificazione economica delle imprese, sono assenti…
Questa mancanza di trasparenza sta causando incertezza e disorientamento, impedendo alle aziende di gestire i costi in modo efficace.
A distanza di oltre un mese dalla firma delle Proclamazioni Presidenziali da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avvenuta lo scorso 18 febbraio, dove annunciava i dazi su acciaio, metallo, alluminio e i loro derivati, entrati in vigore il 12 marzo, il sostegno atteso dalle imprese italiane continua a non concretizzarsi.
In un momento di tale incertezza, ci si sarebbe aspettati un supporto concreto da parte di organizzazioni come Confindustria e dalle associazioni a essa legate, ma, nonostante il tempo trascorso, questo appoggio rimane ancora assente.
Questi enti dovrebbero fornire linee guida chiare e precise, organizzare seminari informativi e offrire consulenze personalizzate su come gestire gli effetti dei dazi.
Ma non sono gli unici a nascondersi, anche tutti i canali di informazione nazionali, che dovrebbero informare gli italiani, scelgono di ignorare questo argomento. Per quale motivo? Hanno paura di pestare i piedi a qualcuno? O c’è un preciso interesse nel mantenere il silenzio? Chi trae vantaggio da questa mancanza di informazione? E poi, perché tutti aspettavano il 2 aprile senza parlare dei dazi in vigore già da metà marzo?
Tuttavia, le imprese si trovano invece a dover navigare da sole in un mare di incertezza normativa, aggravato dalla totale assenza da parte di chi, in teoria, dovrebbe rappresentarle, proteggerle e informarle.
Ma non è finita qui…
Infatti, l’aspetto più sconcertante di questa crisi è l’assordante silenzio da parte dell’Unione Europea e del Governo italiano a fronte di un attacco frontale al sistema paese.
Con l’introduzione di questi dazi esorbitanti del 25%, l’Italia si è trovata di fronte a un colpo durissimo, con conseguenze economiche devastanti.
Un’intera fetta del nostro mercato viene messa in ginocchio, con un crollo inevitabile delle esportazioni verso gli Stati Uniti.
Non parliamo di un mercato secondario: gli USA rappresentano il nostro terzo partner commerciale, subito dopo Germania e Francia.
Nel solo 2024, l’export italiano verso gli Stati Uniti ha generato 67,2 miliardi di euro, pari a circa il 3% del nostro PIL (dati ISTAT).
Una cifra colossale, che ora rischia di essere falcidiata, trascinando con sé imprese, lavoratori e interi settori produttivi.
Eppure, davanti a questa emergenza, chi ci governa resta immobile.
Un silenzio assordante avvolge la politica italiana ed europea, mentre le aziende si preparano a subire perdite enormi senza alcun sostegno.
Né Roma né Bruxelles sembrano voler affrontare la questione dei dazi su acciaio, metallo, alluminio e i loro derivati con urgenza.
Nessun tentativo concreto di negoziazione con gli Stati Uniti, nessuna strategia diplomatica per cercare accordi o esenzioni.
Ci chiediamo: perché questo immobilismo? Perché nessuno parla di una crisi che rischia di travolgere il nostro tessuto economico? Perché anche i media nazionali più influenti sul mondo delle imprese non fanno riferimento a ciò? Le imprese italiane meritano risposte, ma per ora ricevono solo indifferenza.