sabato 24 Febbraio 2024
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Poste… privatizziamo?

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Lo Stato è pronto a cedere le proprie quote di Poste Italiane. Se inizialmente si pensava ad una cessione di una quota (limitata) vicina al 13% che consentisse a Stato e Cassa Depositi e Prestiti di detenere il 51% di Poste Italiane, le ultime notizie parlano di una cessione da parte del Governo Meloni dell’intera quota del MEF lasciando la sola CDP nell’azionariato e l’azienda sotto un controllo indiretto statale.

Una scelta economica scellerata, inutile se finalizzata a ridurre il debito pubblico (attualmente vicino a 3.000 miliardi) con il suo controvalore di circa 4 miliardi in caso di cessione dell’intera quota Mef.

Come riporta il Fatto Quotidiano: “oggi il rendimento delle azioni di Poste supera il 6%, mentre quello medio all’emissione offerto dal Tesoro agli investitori dei titoli di Stato italiani è inferiore al 4% (peraltro in calo). Significa che, in caso di cessione totale delle quote, a fronte di un risparmio massimo di appena 180 milioni sul minor debito da emettere, il Tesoro rinuncerebbe ad azioni che lo scorso anno gli sono valse 530 milioni di incassi grazie ai dividendi. Insomma, una perdita secca. In meno di 7 anni i dividendi persi supererebbero l’incasso immediato, e questo a non dire che quelli distribuiti da Poste sono raddoppiati dal 2015, cosa che porterebbe l’operazione in perdita molto prima del previsto”.

Privatizzazione di Poste: sindacati in agitazione

Un controsenso economico che ha trovato subito la ferma opposizione dei sindacati. Tra questi, in risposta alla decisione del Governo di privatizzare ulteriori quote di Poste Italiane, la Slp Cisl di Milano (l’organizzazione sindacale con la maggioranza assoluta di iscritti fra il personale del Gruppo) si è detta “pronta a mobilitare 7.000 lavoratori di tutta l’area metropolitana“.

Le iniziative, che hanno il sostegno della Cisl milanese, coinvolgeranno i dipendenti di Poste Italiane e le loro famiglie. L’obiettivo è sensibilizzare la cittadinanza, i pensionati, il mondo associativo, le istituzioni e le forze politiche, per scongiurare la svendita della più grande azienda del Paese.

“Poste Italiane – sottolinea il segretario generale della Slp Cisl Milano Metropoli, Roberto Puddu – ha un ruolo strategico, specialmente in un’area come quella milanese, nota per l’imponenza dei flussi finanziari e per il maggior traffico nella consegna di corrispondenza e pacchi. La privatizzazione costituirebbe una seria minaccia per il futuro di migliaia di lavoratori e porterebbe ad una riduzione della rete degli sportelli diffusi capillarmente sul territorio, che svolgono una importante funzione di coesione sociale, soprattutto in questa fase di transizione tecnologica e digitale”.

Poste Italiane da anni produce utili, certificati dal consolidamento di ottimi bilanci che contribuiscono significativamente anche alle finanze dello Stato. Risultati raggiunti grazie all’impegno dei lavoratori, vero capitale dell’azienda, che hanno anche contribuito attivamente al successo delle sue trasformazioni interne.

Privatizzazione di Poste, Puddu: “a rischio le fasce deboli”

“La privatizzazione – aggiunge Puddu -, oltre a determinare un taglio degli organici, potrebbe anche compromettere le ragioni del servizio universale e la capacità di fornire prestazioni essenziali alla cittadinanza e alle piccole imprese. L’attuale assetto societario prevede il 65% sotto il controllo pubblico: se venissero cedute ulteriori quote al mercato non si potrà più garantire all’utenza un servizio ad alta valenza sociale e a costi contenuti. A farne le spese saranno soprattutto le fasce più deboli, in un contesto già critico per l’equilibrio economico del Paese”.

Per la Slp Cisl milanese, che alle recenti elezioni delle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie) ha ottenuto il 58% dei consensi, è essenziale impedire questa privatizzazione, perché è un’operazione sbagliata che mira solo a fare cassa, svendendo un asset strategico che nell’area metropolitana ha un grande impatto occupazionale.

Da qui il prossimo via alla mobilitazione, salvo passi indietro del Governo.

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