giovedì 29 Settembre 2022

Intervista al candidato di Italia Viva Davide Faraone

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Sen. Faraone, Presidente dei senatori di Italia Viva, alle prossime elezioni politiche, lei è candidato capolista alla Camera con “Azione- Italia Viva Calenda” nel collegio plurinominale Sicilia 1-P01, nella sua Palermo, e anche nel collegio plurinominale Sicilia 1-P02 che comprende le città di Gela, Agrigento e Marsala. Cosa significa e quanto conta per lei essere candidato nella propria terra, dove ha avuto inizio la sua carriera politica?

Ho compiuto una scelta di testa e di cuore. Di testa perché, in un momento di disaffezione dei cittadini nei confronti della politica, di distanza fisica tra eletti ed elettori, credo sia importante restare con i piedi ben piantati a terra e con le orecchie rivolte a loro, per ascoltarli, rispondere alle loro domande. Non c’è rappresentanza senza radicamento, nessuno può rappresentare centinaia di migliaia di elettori se si è nati altrove, se non si vive un territorio. Io, nonostante la legge lo consenta, non mi sono fatto paracadutare in un collegio sicuro, magari al Nord. Sarei stato un alieno, come lo sono decine di candidate e candidati degli altri partiti che in Sicilia non hanno mai messo piede e che andranno in parlamento a rappresentare chissà chi. E poi è stata una scelta di cuore. Vorrei essere votato nel quartiere Cruillas, dove ho frequentato la scuola elementare Vincenzo Vitale, in piazza Lampada della Fraternità, nel quartiere San Lorenzo, allo Zen dove ho cominciato a far politica. Nella mia città dove ho fatto il consigliere comunale. Nella Regione che mi ha eletto deputato regionale e nazionale successivamente e in cui ho vinto, insieme a tante altre donne e uomini, le prime battaglie a favore delle persone con disabilità, per i diritti di tutti. 

Come dicevamo, lei ha cominciato a fare politica molto giovane, negli anni 90, nelle periferie palermitane, svolgendo attività di volontariato e nell’associazionismo studentesco. Pensando ad oggi, com’è cambiato il mondo della politica e il modo di fare politica negli anni? Com’è cambiata la sua terra, cosa le ha insegnato quell’esperienza, quel periodo lontano che poi le è rimasto sempre dentro e le è servito di più, quando è arrivato a Roma, a ricoprire cariche nazionali, e cosa le insegna ancora oggi? 

Ho cominciato a far politica dopo le bombe del ’92, avevo 17 anni. Indelebili le immagini di morte di Capaci e di via d’Amelio. Ho capito che la rabbia non bastava, occorreva passare dalla protesta alla proposta. Cambiare quel finale che sembrava scritto, quello di una terra rassegnata, di periferie abbandonate, di dispersione scolastica, di parroci in trincea che pagavano con la loro vita l’impegno per costruire quotidiane libertà. Ho capito che per poter cambiare davvero non si poteva più stare più nei salotti a parlare di generico cambiamento, occorreva sporcarsi le mani, andare dove nessuno era mai andato, nei luoghi del conflitto, parlare con chi era ai margini della società. Di quel periodo ricordo il ciclostile per i volantini, l’odore dell’inchiostro, i lenzuoli bianchi e le bombolette spray. E tanta fatica, ma anche tante soddisfazioni. Oggi è molto diverso, vero è, con i social parli a tanti ma manca il contatto fisico. Lo Zen lo conosci se vai lì, se guardi negli occhi quella gente, se li ascolti, se stringi le loro mani. Altro che like. È questo mio bagaglio di esperienze che mi ha consentito, una volta arrivato in Parlamento, di capire cos’era giusto o ingiusto fare, quali erano le battaglie importanti da portare avanti. Quali le priorità.

La Sicilia ha un doppio appuntamento elettorale, considerando che si vota anche per eleggere il Presidente della Regione e dell’Assemblea Regionale Siciliana. Questa è una terra che si è trasformata negli anni, da terra di migranti a terra di accoglienza, con tanti limiti ma con moltissime potenzialità, divisa tra territori con una forte aspirazione a un’economia moderna, efficiente, produttiva, dinamica che ha prodotto vere eccellenze, a spazi di un’economia parassitaria, sostanzialmente dipendente dal denaro pubblico, dall’assistenzialismo. Cosa bisogna fare e cosa intende fare la forza politica a cui lei appartiene, per far risplendere il volto di questa terra, per far risplendere tutta la sua bellezza, le sue infinite risorse naturali, storiche, culturali e produrre quel cambiamento che attende da anni?  

La Sicilia potrebbe essere la California d’Europa se solo ci fosse una classe politica orientata alla visione e non alla propria elezione. In questi anni ho girato senza sosta, almeno una volta sono stato fisicamente in tutti i 391 comuni, ho stretto le mani degli imprenditori, degli operai, dei disoccupati, delle mamme, degli insegnanti, dei volontari, dei medici, degli infermieri, delle forze dell’ordine, anche dei detenuti durante le mie visite nelle carceri. Ho visto la luce di questa nostra isola e il lutto, una terra che, per dirla alla Bufalino, viaggia tra le onde dei millenni, un’arca triangolare di pietra che è unica al mondo, perché ha avuto la fortuna di essere al centro della civiltà, dello scambio di merci e culture. Oggi possiamo davvero cambiare il volto della Sicilia, lo possiamo fare utilizzando al meglio le risorse del Pnrr per far traghettare nel futuro la nostra terra. Transizione ecologica, innovazione tecnologica, infrastrutture materiali e digitali e poi, una volta e per tutte, puntare sulla bellezza. Sulla bellezza. Che è un tesoro che abbiamo ereditato e che non possiamo più ignorare.

Il mix del sistema elettorale maggioritario e proporzionale dell’attuale legge elettorale, quella con cui andremo a votare tra pochi giorni, spinge inevitabilmente i partiti a coalizzarsi. L’esperienza elettorale con Calenda diventerà presto un soggetto politico a tutti gli effetti, sancendo la nascita di un patto per un nuovo grande centro, oppure questa esperienza è destinata a rimodularsi lentamente a seconda di come andrà il 25 settembre? Qual è la filosofia di fondo che vi accomuna?

Noi siamo quelli che abbiamo raccolto il primo appello di Mattarella, quando ha chiamato alla responsabilità, due anni fa, in piena pandemia, i costruttori. Ci ha chiesto unità, serietà, concretezza. Siamo quelli che abbiamo risposto al secondo appello di Mattarella, quando, anche grazie a noi, ha chiesto all’Italiano più autorevole al mondo, Mario Draghi, un atto di responsabilità. Siamo quelli che al populismo rispondono con la buona politica, alla propaganda con la concretezza, alle promesse con il buonsenso. Questa parte d’Italia che è la maggioranza noi la vogliamo rappresentare nella società, in parlamento. È un progetto a lungo termine e il 25 settembre è solo l’inizio. 

Pochi giorni fa, a New York, il nostro Presidente del Consiglio uscente, Mario Draghi, è stato insignito del premio Statista mondiale dell’anno. Qui ha incontrato Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano, quasi centenario, che, stringendogli la mano, ha detto: «Ho un enorme rispetto per Mario Draghi, è stato chiamato a svolgere compiti straordinariamente complicati, per i quali ha mostrato coraggio e visione».  Senza entrare troppo nel merito del perché della crisi che ha portato lo scorso luglio alle dimissioni del Presidente Draghi, non trova che questo Paese abbia tanto bisogno proprio di parole come queste: visione, coraggio, competenza?

Che orgoglio, che emozione. Mario Draghi premiato a New York con il ‘World Statesman Award’. Lo stesso uomo, in Italia, è stato sfiduciato e mandato a casa da Toninelli, Salvini e Brambilla …

Mi hanno colpito molto le poche, potenti parole, da lei citate, di Henry Kissinger, un gigante della storia, per il nostro Presidente del Consiglio. 

Si, questo Paese ha bisogno di coraggio, visione e competenza. Sono e devono essere le nostre parole d’ordine.

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