venerdì 19 Luglio 2024
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Il Marketing della Guerra

Da non perdere

Quando il 10 Giugno del 1940 Mussolini si affacciò dal balcone di Piazza Venezia e, di fronte a una folla di migliaia d’italiani comunicò la dichiarazione di guerra, l’effetto sulla popolazione non fu quello di sgomento e paura, bensì di giubilo. Come si possa giungere a questo tipo di reazione da parte di una popolazione, lo stiamo vivendo in questo periodo storico.

Per far sì che le popolazioni aderiscano a un progetto di guerra mondiale, occorre un elemento: il marketing. In questo caso, applicato alla guerra. Mondiale.

Effettivamente, se si studiano le regole del marketing, si impara che, il primo metodo per creare una buona campagna di marketing è quello di creare una necessità, per poi proporre la soluzione.

Ora, finché si parla di inoculare nelle persone il desiderio spasmodico di ottenere l’acquisto di prodotti e servizi, per quanto le metodiche possano apparire aberranti, siamo nell’area dell’accettabilità. Ma quando queste tecniche vengono utilizzate per far bramare un conflitto, ci troviamo nel girone dell’inferno.

Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Si genera, per un lungo periodo, un sentimento di disprezzo verso un elemento considerato estraneo, nemico, da combattere, da espellere.

Si alimenta questo sentimento con la percezione concreta dell’imminente realizzarsi di gravi azioni contro la pace nazionale e l’incolumità delle persone, e si propone la soluzione ad hoc: l’adesione alla guerra, unica soluzione proponibile di fronte agli attacchi operati dal nemico del momento.

A ben guardare, sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, non vi era un reale nemico da combattere.

Fondamentalmente, le due guerre si svilupparono con un solo scopo: il potere assoluto sulle popolazioni del pianeta, il sogno di ogni leader politico a ogni latitudine del pianeta con una notevole attitudine a realizzare questo sogno, da parte della Germania, che fu artefice del primo e del secondo conflitto mondiale, a soli scopi espansionistici.

Il numero delle vittime di entrambi i conflitti fu pesantissimo, e questo deve far riflettere su un criterio assoluto: le perdite umane fanno parte del pacchetto potere di ogni governo, una conseguenza messa fra gli eventi da prendere in considerazione per giungere all’obiettivo fondamentale: garantirsi maggior potere.

Come accadde nei due precedenti conflitti mondiali, attualmente si opera con le stesse metodiche di inoculazione nella popolazione, di un sentimento di massima insicurezza, provocato da un “nemico” designato – anche oggi l’elemento da combattere è l’estraneo, il diverso, l’extracomunitario – che, in un crescendo di eventi sempre più brutali e di negazione dei diritti delle popolazioni riceventi lo straniero, sfocia in una accettazione collettiva attraverso la quale si dà il consenso ai governi, a prendere decisioni estreme – come il conflitto armato – pur di eradicare il nemico che attenta quotidianamente alla sicurezza e alla vita delle popolazioni. L’occidente in questo è maestro.

Riflettiamo attentamente su cosa accadde dopo l’11 Settembre. Gli USA da quel momento, ebbero il massimo sostegno sia da parte della popolazione che dei governi occidentali, ad aprire le danze di quello che sarebbe stato un conflitto in pianta stabile contro il Medio Oriente per motivazioni – quelle palesate – cui nessuno mai si sarebbe azzardato ad opporsi.

L’infame gesto kamikaze che portò alla morte di oltre 3.000 persone innocenti, non poteva che essere in parte cancellato dalla stessa moneta: la messa in atto di azioni militari mirate a sottomettere e sconfiggere il nemico.

Chi, di fronte alla morte di migliaia di persone non avrebbe fortemente sostenuto qualsiasi tipo di decisione degli Stati Uniti così pesantemente colpiti dal nemico islamico? Nessuno.

La riflessione però, deve avere una visione a 360° per poter essere approfondita e corretta. Oltre 3.000 morti, possono essere intesi come quell’elemento utile a uno Stato per giungere a compiere azioni militari seguendo un preciso disegno di dominio sul Medio Oriente?

Ognuno risponda secondo la propria capacità di analisi e di conoscenza dei fatti, ma il dubbio che si possa giungere persino alla plateale azione di omicidio massivo pur di creare la scusante a un conflitto che avrebbe coinvolto buona parte del mondo occidentale e creato le basi per un nuovo ordine mondiale non deve far pensare a complottismo quanto a ipotesi valutabile.

L’attacco terroristico accaduto a Parigi, giunge in un periodo in cui l’elemento dominante nelle popolazioni occidentali è quello del razzismo verso il mondo e la cultura islamica. Un razzismo spesso inoculato utilizzando ogni strategia possibile per far si che il maggior numero di persone si senta assediata dal nemico straniero.

Nel nostro paese, basta vedere ciò che un Salvini è riuscito a scatenare nell’animo di certi italiani, che è riuscito persino a convincere che qualsiasi extracomunitario – non importa se profugo o meno – tolga il pane di bocca a tutti, compia solo crimini di ogni sorta e vada assolutamente estirpato con ogni mezzo.

Salvini sa perfettamente come funziona il marketing del terrore e usa ogni strumento per aizzare la popolazione, rendere insicure le persone e portarle dritte verso l’obiettivo finale: ottenere il sangue del nemico, anche a costo di far scoppiare la guerra. Quella tradizionale.

Oltretutto, la capacità di fomentare le masse, ha un criterio che trovo affascinante nella sua assoluta aberrazione: i politici riescono a spostare l’attenzione delle popolazioni dal vero obiettivo a un altro.

In tempi in cui la gente dovrebbe scagliarsi contro la componente politica per i troppi scandali legati a un andamento delirante dell’utilizzo del potere, cosa si fa? Si sposta la mira verso un obiettivo diverso. La cosa affascinante è la riuscita di questo metodo: la maggior parte della gente, senza rendersene conto, sposta la mira verso l’obiettivo designato dalla politica. Stupefacente.

Oggi, ci svegliamo in una situazione geopolitica che ha nuovamente cambiato assetto. Parlare di chiusura delle frontiere – lo ha dichiarato Hollande – è cosa accettabile per tutti.

Parlare di necessità di militarizzazione delle città, diviene auspicabile – ne ha parlato anche Pier Ferdinando Casini in TV – e quindi proponibile alle popolazioni.

Parlare di Terza Guerra mondiale tradizionale, entra a far parte dei discorsi quotidiani, e quindi si ottiene l’abitudine a un tema tanto terribile quanto assimilato come possibile e persino accettabile.

Anche se la “ipotetica” terza guerra mondiale non sarebbe più tradizoonale ma nucleare con conseguente immediata distruzione dell’intero mondo

Dopo la strage di Parigi, nessuno di noi dormirà più sonni tranquilli. Nessuno di noi in occidente, salirà a cuor leggero su una carrozza della Metropolitana – solitamente uno degli obiettivi sensibili per gli attacchi terroristici – o porterà i figli allo stadio senza dubitare che qualcosa di molto grave possa avvenire.

Il marketing della guerra sta dando i suoi frutti. Le popolazioni terrorizzate, accetteranno che ogni decisione presa dai governi, anche la più limitante della libertà individuale, venga presa in nome di una “sicurezza” che a mio avviso ha a che fare più con la decisione collettiva dei governi occidentali ad aderire al progetto di egemonia mondiale lanciato dagli egemoni USA, piuttosto che di una guerra fondamentalista islamica – genericamente parlando – che si abbatte random sulle popolazioni occidentali ree di non aderire all’ortodossia imposta da un Maometto che nulla ci azzecca con le strategie politiche e con le mire espansionistiche deliranti di un occidente schiavo del mito americano, al punto da abbracciarne modi, mode, metodi, azioni.

Il compimento di un ennesimo misfatto mondiale è già concreto. Mi auguro che stavolta, anche memori di ciò che è accaduto in passato, si compiano meno errori e si decida di non immolare milioni di persone incolpevoli sull’altare del potere.

Dubbi che non accada ne ho molti. La motivazione è proprio la constatazione – anche stavolta – della massima adesione popolare occidentale a sostenere qualsiasi azione pur di garantirsi quella serenità che, non se ne rendono conto, è negata proprio dai governi di cui sono cittadini e che ora si mostrano pronti a sedare l’orrore che hanno generato.

Che lezione abbiamo imparato dall’Afghanistan? Nessuna, si direbbe. È andata così, pazienza, torniamo a casa. Abbiamo fatto il nostro dovere, era una missione di pace. E poi, tutto sommato, ci sono state poche vittime.

Questo è quello che i media con le loro omissioni hanno fatto credere alla massa. Purtroppo non è così. La prima vittima, in Afghanistan, come in tutte le guerre, è stata la verità. Ma mentre le buone vecchie bugie di una volta avevano le gambe corte, negli ultimi decenni le bugie si sono evolute in complesse strategie di comunicazione, o meglio in false narrazioni, e hanno le gambe piuttosto lunghe. Soprattutto, sono programmate per durare a lungo, come nell’attuale guerra Russia – Ukraina

Mai come ora le narrazioni ufficiali non hanno alcun significato se non quello di tranquillizzare e orientare l’opinione pubblica dissimulando la verità sui disastri che abbiamo creato e quelli che eventualmente creeremo ancora. Mai come ora le narrazioni sulla guerra sono e continueranno ad essere in mano ai servizi segreti.

Come scrive Christiane Eilders, “Sebbene i media possano mancare di autonomia e tendano a inseguire il consenso parlamentare, le parti in guerra non possono contare su un atteggiamento dei media automaticamente favorevole. È ovvio che esse debbano sviluppare continuamente nuove strategie di controllo dell’informazione per assicurarsi che i media non contrastino le loro opinioni.

Per le parti in guerra, la percezione pubblica degli obiettivi della guerra e la guerra stessa, cioè l’opinione pubblica sulla guerra, è una risorsa fondamentale. Al giorno d’oggi le guerre non possono essere condotte senza il sostegno dell’opinione pubblica

Non solo l’opinione pubblica è espressa dai media, ma è anche prodotta e regolata attraverso i media. Esercitando il dovuto controllo sulla copertura mediatica, è possibile influenzare l’opinione pubblica verso l’accettazione o il rifiuto della guerra. […]”

La gestione militare dell’informazione che ne deriva si occupa sia dei soggetti interni o stranieri della politica o della società, sia delle parti in guerra coinvolte. Gli obiettivi più importanti sono la legittimazione, la deterrenza e la mimetizzazione.

Per raggiungere questi obiettivi vengono adottati diversi approcci: oltre a garantire la propria catena di informazioni e comandi, la regolazione e la selezione dei flussi di informazioni sono considerate decisive per la superiorità militare in guerra e in tempo di pace.

L’interruzione dei processi informativi della parte avversaria attraverso un sovraccarico di informazioni è considerato altrettanto essenziale quanto l’inganno sistematico e la costruzione dell’immagine della propria superiorità attraverso la comunicazione.

I mass media vengono utilizzati per tutte queste strategie: i giornalisti embedded, la pianificazione e la realizzazione di campagne mediatiche su questioni militari e la creazione di stazioni televisive militari sono solo alcuni esempi di tale utilizzo”. A questo sistema si aggiungono oggi le tecniche per la costruzione di senso.

Come osserva Christiane Eilders, il concetto high-tech di “guerra elettronica” ora include anche la sicurezza delle informazioni, le relazioni pubbliche e il controllo della percezione, nonché gli strumenti della cosiddetta “diplomazia pubblica” i cui contenuti vengono puntualmente aggiornati su Internet.

L’idea è quella di modificare le percezioni tra le élite politiche, i soldati e i civili e far capire loro che la guerra si combatte nella mente della gente piuttosto che sul campo di battaglia.

Quando il 10 Giugno del 1940 Mussolini si affacciò dal balcone di Piazza Venezia e, di fronte a una folla di migliaia d’italiani comunicò la dichiarazione di guerra, l’effetto sulla popolazione non fu quello di sgomento e paura, bensì di giubilo. Come si possa giungere a questo tipo di reazione da parte di una popolazione, lo stiamo vivendo in questo periodo storico.

Per far sì che le popolazioni aderiscano a un progetto di guerra mondiale, occorre un elemento: il marketing. In questo caso, applicato alla guerra. Mondiale.

Effettivamente, se si studiano le regole del marketing, si impara che, il primo metodo per creare una buona campagna di marketing è quello di creare una necessità, per poi proporre la soluzione.

Ora, finché si parla di inoculare nelle persone il desiderio spasmodico di ottenere l’acquisto di prodotti e servizi, per quanto le metodiche possano apparire aberranti, siamo nell’area dell’accettabilità. Ma quando queste tecniche vengono utilizzate per far bramare un conflitto, ci troviamo nel girone dell’inferno.

Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Si genera, per un lungo periodo, un sentimento di disprezzo verso un elemento considerato estraneo, nemico, da combattere, da espellere.

Si alimenta questo sentimento con la percezione concreta dell’imminente realizzarsi di gravi azioni contro la pace nazionale e l’incolumità delle persone, e si propone la soluzione ad hoc: l’adesione alla guerra, unica soluzione proponibile di fronte agli attacchi operati dal nemico del momento.

A ben guardare, sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, non vi era un reale nemico da combattere.

Fondamentalmente, le due guerre si svilupparono con un solo scopo: il potere assoluto sulle popolazioni del pianeta, il sogno di ogni leader politico a ogni latitudine del pianeta con una notevole attitudine a realizzare questo sogno, da parte della Germania, che fu artefice del primo e del secondo conflitto mondiale, a soli scopi espansionistici.

Il numero delle vittime di entrambi i conflitti fu pesantissimo, e questo deve far riflettere su un criterio assoluto: le perdite umane fanno parte del pacchetto potere di ogni governo, una conseguenza messa fra gli eventi da prendere in considerazione per giungere all’obiettivo fondamentale: garantirsi maggior potere.

Come accadde nei due precedenti conflitti mondiali, attualmente si opera con le stesse metodiche di inoculazione nella popolazione, di un sentimento di massima insicurezza, provocato da un “nemico” designato – anche oggi l’elemento da combattere è l’estraneo, il diverso, l’extracomunitario – che, in un crescendo di eventi sempre più brutali e di negazione dei diritti delle popolazioni riceventi lo straniero, sfocia in una accettazione collettiva attraverso la quale si dà il consenso ai governi, a prendere decisioni estreme – come il conflitto armato – pur di eradicare il nemico che attenta quotidianamente alla sicurezza e alla vita delle popolazioni. L’occidente in questo è maestro.

Riflettiamo attentamente su cosa accadde dopo l’11 Settembre. Gli USA da quel momento, ebbero il massimo sostegno sia da parte della popolazione che dei governi occidentali, ad aprire le danze di quello che sarebbe stato un conflitto in pianta stabile contro il Medio Oriente per motivazioni – quelle palesate – cui nessuno mai si sarebbe azzardato ad opporsi.

L’infame gesto kamikaze che portò alla morte di oltre 3.000 persone innocenti, non poteva che essere in parte cancellato dalla stessa moneta: la messa in atto di azioni militari mirate a sottomettere e sconfiggere il nemico.

Chi, di fronte alla morte di migliaia di persone non avrebbe fortemente sostenuto qualsiasi tipo di decisione degli Stati Uniti così pesantemente colpiti dal nemico islamico? Nessuno.

La riflessione però, deve avere una visione a 360° per poter essere approfondita e corretta. Oltre 3.000 morti, possono essere intesi come quell’elemento utile a uno Stato per giungere a compiere azioni militari seguendo un preciso disegno di dominio sul Medio Oriente?

Ognuno risponda secondo la propria capacità di analisi e di conoscenza dei fatti, ma il dubbio che si possa giungere persino alla plateale azione di omicidio massivo pur di creare la scusante a un conflitto che avrebbe coinvolto buona parte del mondo occidentale e creato le basi per un nuovo ordine mondiale non deve far pensare a complottismo quanto a ipotesi valutabile.

L’attacco terroristico accaduto a Parigi, giunge in un periodo in cui l’elemento dominante nelle popolazioni occidentali è quello del razzismo verso il mondo e la cultura islamica. Un razzismo spesso inoculato utilizzando ogni strategia possibile per far si che il maggior numero di persone si senta assediata dal nemico straniero.

Nel nostro paese, basta vedere ciò che un Salvini è riuscito a scatenare nell’animo di certi italiani, che è riuscito persino a convincere che qualsiasi extracomunitario – non importa se profugo o meno – tolga il pane di bocca a tutti, compia solo crimini di ogni sorta e vada assolutamente estirpato con ogni mezzo.

Salvini sa perfettamente come funziona il marketing del terrore e usa ogni strumento per aizzare la popolazione, rendere insicure le persone e portarle dritte verso l’obiettivo finale: ottenere il sangue del nemico, anche a costo di far scoppiare la guerra. Quella tradizionale.

Oltretutto, la capacità di fomentare le masse, ha un criterio che trovo affascinante nella sua assoluta aberrazione: i politici riescono a spostare l’attenzione delle popolazioni dal vero obiettivo a un altro.

In tempi in cui la gente dovrebbe scagliarsi contro la componente politica per i troppi scandali legati a un andamento delirante dell’utilizzo del potere, cosa si fa? Si sposta la mira verso un obiettivo diverso. La cosa affascinante è la riuscita di questo metodo: la maggior parte della gente, senza rendersene conto, sposta la mira verso l’obiettivo designato dalla politica. Stupefacente.

Oggi, ci svegliamo in una situazione geopolitica che ha nuovamente cambiato assetto. Parlare di chiusura delle frontiere – lo ha dichiarato Hollande – è cosa accettabile per tutti.

Parlare di necessità di militarizzazione delle città, diviene auspicabile – ne ha parlato anche Pier Ferdinando Casini in TV – e quindi proponibile alle popolazioni.

Parlare di Terza Guerra mondiale tradizionale, entra a far parte dei discorsi quotidiani, e quindi si ottiene l’abitudine a un tema tanto terribile quanto assimilato come possibile e persino accettabile.

Anche se la “ipotetica” terza guerra mondiale non sarebbe più tradizoonale ma nucleare con conseguente immediata distruzione dell’intero mondo

Dopo la strage di Parigi, nessuno di noi dormirà più sonni tranquilli. Nessuno di noi in occidente, salirà a cuor leggero su una carrozza della Metropolitana – solitamente uno degli obiettivi sensibili per gli attacchi terroristici – o porterà i figli allo stadio senza dubitare che qualcosa di molto grave possa avvenire.

Il marketing della guerra sta dando i suoi frutti. Le popolazioni terrorizzate, accetteranno che ogni decisione presa dai governi, anche la più limitante della libertà individuale, venga presa in nome di una “sicurezza” che a mio avviso ha a che fare più con la decisione collettiva dei governi occidentali ad aderire al progetto di egemonia mondiale lanciato dagli egemoni USA, piuttosto che di una guerra fondamentalista islamica – genericamente parlando – che si abbatte random sulle popolazioni occidentali ree di non aderire all’ortodossia imposta da un Maometto che nulla ci azzecca con le strategie politiche e con le mire espansionistiche deliranti di un occidente schiavo del mito americano, al punto da abbracciarne modi, mode, metodi, azioni.

Il compimento di un ennesimo misfatto mondiale è già concreto. Mi auguro che stavolta, anche memori di ciò che è accaduto in passato, si compiano meno errori e si decida di non immolare milioni di persone incolpevoli sull’altare del potere.

Dubbi che non accada ne ho molti. La motivazione è proprio la constatazione – anche stavolta – della massima adesione popolare occidentale a sostenere qualsiasi azione pur di garantirsi quella serenità che, non se ne rendono conto, è negata proprio dai governi di cui sono cittadini e che ora si mostrano pronti a sedare l’orrore che hanno generato.

Che lezione abbiamo imparato dall’Afghanistan? Nessuna, si direbbe. È andata così, pazienza, torniamo a casa. Abbiamo fatto il nostro dovere, era una missione di pace. E poi, tutto sommato, ci sono state poche vittime.

Questo è quello che i media con le loro omissioni hanno fatto credere alla massa. Purtroppo non è così. La prima vittima, in Afghanistan, come in tutte le guerre, è stata la verità. Ma mentre le buone vecchie bugie di una volta avevano le gambe corte, negli ultimi decenni le bugie si sono evolute in complesse strategie di comunicazione, o meglio in false narrazioni, e hanno le gambe piuttosto lunghe. Soprattutto, sono programmate per durare a lungo, come nell’attuale guerra Russia – Ukraina

Mai come ora le narrazioni ufficiali non hanno alcun significato se non quello di tranquillizzare e orientare l’opinione pubblica dissimulando la verità sui disastri che abbiamo creato e quelli che eventualmente creeremo ancora. Mai come ora le narrazioni sulla guerra sono e continueranno ad essere in mano ai servizi segreti.

Come scrive Christiane Eilders, “Sebbene i media possano mancare di autonomia e tendano a inseguire il consenso parlamentare, le parti in guerra non possono contare su un atteggiamento dei media automaticamente favorevole. È ovvio che esse debbano sviluppare continuamente nuove strategie di controllo dell’informazione per assicurarsi che i media non contrastino le loro opinioni.

Per le parti in guerra, la percezione pubblica degli obiettivi della guerra e la guerra stessa, cioè l’opinione pubblica sulla guerra, è una risorsa fondamentale. Al giorno d’oggi le guerre non possono essere condotte senza il sostegno dell’opinione pubblica

Non solo l’opinione pubblica è espressa dai media, ma è anche prodotta e regolata attraverso i media. Esercitando il dovuto controllo sulla copertura mediatica, è possibile influenzare l’opinione pubblica verso l’accettazione o il rifiuto della guerra. […]”

La gestione militare dell’informazione che ne deriva si occupa sia dei soggetti interni o stranieri della politica o della società, sia delle parti in guerra coinvolte. Gli obiettivi più importanti sono la legittimazione, la deterrenza e la mimetizzazione.

Per raggiungere questi obiettivi vengono adottati diversi approcci: oltre a garantire la propria catena di informazioni e comandi, la regolazione e la selezione dei flussi di informazioni sono considerate decisive per la superiorità militare in guerra e in tempo di pace.

L’interruzione dei processi informativi della parte avversaria attraverso un sovraccarico di informazioni è considerato altrettanto essenziale quanto l’inganno sistematico e la costruzione dell’immagine della propria superiorità attraverso la comunicazione.

I mass media vengono utilizzati per tutte queste strategie: i giornalisti embedded, la pianificazione e la realizzazione di campagne mediatiche su questioni militari e la creazione di stazioni televisive militari sono solo alcuni esempi di tale utilizzo”. A questo sistema si aggiungono oggi le tecniche per la costruzione di senso.

Come osserva Christiane Eilders, il concetto high-tech di “guerra elettronica” ora include anche la sicurezza delle informazioni, le relazioni pubbliche e il controllo della percezione, nonché gli strumenti della cosiddetta “diplomazia pubblica” i cui contenuti vengono puntualmente aggiornati su Internet.

L’idea è quella di modificare le percezioni tra le élite politiche, i soldati e i civili e far capire loro che la guerra si combatte nella mente della gente piuttosto che sul campo di battaglia.

Quando il 10 Giugno del 1940 Mussolini si affacciò dal balcone di Piazza Venezia e, di fronte a una folla di migliaia d’italiani comunicò la dichiarazione di guerra, l’effetto sulla popolazione non fu quello di sgomento e paura, bensì di giubilo. Come si possa giungere a questo tipo di reazione da parte di una popolazione, lo stiamo vivendo in questo periodo storico.

Per far sì che le popolazioni aderiscano a un progetto di guerra mondiale, occorre un elemento: il marketing. In questo caso, applicato alla guerra. Mondiale.

Effettivamente, se si studiano le regole del marketing, si impara che, il primo metodo per creare una buona campagna di marketing è quello di creare una necessità, per poi proporre la soluzione.

Ora, finché si parla di inoculare nelle persone il desiderio spasmodico di ottenere l’acquisto di prodotti e servizi, per quanto le metodiche possano apparire aberranti, siamo nell’area dell’accettabilità. Ma quando queste tecniche vengono utilizzate per far bramare un conflitto, ci troviamo nel girone dell’inferno.

Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Si genera, per un lungo periodo, un sentimento di disprezzo verso un elemento considerato estraneo, nemico, da combattere, da espellere.

Si alimenta questo sentimento con la percezione concreta dell’imminente realizzarsi di gravi azioni contro la pace nazionale e l’incolumità delle persone, e si propone la soluzione ad hoc: l’adesione alla guerra, unica soluzione proponibile di fronte agli attacchi operati dal nemico del momento.

A ben guardare, sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, non vi era un reale nemico da combattere.

Fondamentalmente, le due guerre si svilupparono con un solo scopo: il potere assoluto sulle popolazioni del pianeta, il sogno di ogni leader politico a ogni latitudine del pianeta con una notevole attitudine a realizzare questo sogno, da parte della Germania, che fu artefice del primo e del secondo conflitto mondiale, a soli scopi espansionistici.

Il numero delle vittime di entrambi i conflitti fu pesantissimo, e questo deve far riflettere su un criterio assoluto: le perdite umane fanno parte del pacchetto potere di ogni governo, una conseguenza messa fra gli eventi da prendere in considerazione per giungere all’obiettivo fondamentale: garantirsi maggior potere.

Come accadde nei due precedenti conflitti mondiali, attualmente si opera con le stesse metodiche di inoculazione nella popolazione, di un sentimento di massima insicurezza, provocato da un “nemico” designato – anche oggi l’elemento da combattere è l’estraneo, il diverso, l’extracomunitario – che, in un crescendo di eventi sempre più brutali e di negazione dei diritti delle popolazioni riceventi lo straniero, sfocia in una accettazione collettiva attraverso la quale si dà il consenso ai governi, a prendere decisioni estreme – come il conflitto armato – pur di eradicare il nemico che attenta quotidianamente alla sicurezza e alla vita delle popolazioni. L’occidente in questo è maestro.

Riflettiamo attentamente su cosa accadde dopo l’11 Settembre. Gli USA da quel momento, ebbero il massimo sostegno sia da parte della popolazione che dei governi occidentali, ad aprire le danze di quello che sarebbe stato un conflitto in pianta stabile contro il Medio Oriente per motivazioni – quelle palesate – cui nessuno mai si sarebbe azzardato ad opporsi.

L’infame gesto kamikaze che portò alla morte di oltre 3.000 persone innocenti, non poteva che essere in parte cancellato dalla stessa moneta: la messa in atto di azioni militari mirate a sottomettere e sconfiggere il nemico.

Chi, di fronte alla morte di migliaia di persone non avrebbe fortemente sostenuto qualsiasi tipo di decisione degli Stati Uniti così pesantemente colpiti dal nemico islamico? Nessuno.

La riflessione però, deve avere una visione a 360° per poter essere approfondita e corretta. Oltre 3.000 morti, possono essere intesi come quell’elemento utile a uno Stato per giungere a compiere azioni militari seguendo un preciso disegno di dominio sul Medio Oriente?

Ognuno risponda secondo la propria capacità di analisi e di conoscenza dei fatti, ma il dubbio che si possa giungere persino alla plateale azione di omicidio massivo pur di creare la scusante a un conflitto che avrebbe coinvolto buona parte del mondo occidentale e creato le basi per un nuovo ordine mondiale non deve far pensare a complottismo quanto a ipotesi valutabile.

L’attacco terroristico accaduto a Parigi, giunge in un periodo in cui l’elemento dominante nelle popolazioni occidentali è quello del razzismo verso il mondo e la cultura islamica. Un razzismo spesso inoculato utilizzando ogni strategia possibile per far si che il maggior numero di persone si senta assediata dal nemico straniero.

Nel nostro paese, basta vedere ciò che un Salvini è riuscito a scatenare nell’animo di certi italiani, che è riuscito persino a convincere che qualsiasi extracomunitario – non importa se profugo o meno – tolga il pane di bocca a tutti, compia solo crimini di ogni sorta e vada assolutamente estirpato con ogni mezzo.

Salvini sa perfettamente come funziona il marketing del terrore e usa ogni strumento per aizzare la popolazione, rendere insicure le persone e portarle dritte verso l’obiettivo finale: ottenere il sangue del nemico, anche a costo di far scoppiare la guerra. Quella tradizionale.

Oltretutto, la capacità di fomentare le masse, ha un criterio che trovo affascinante nella sua assoluta aberrazione: i politici riescono a spostare l’attenzione delle popolazioni dal vero obiettivo a un altro.

In tempi in cui la gente dovrebbe scagliarsi contro la componente politica per i troppi scandali legati a un andamento delirante dell’utilizzo del potere, cosa si fa? Si sposta la mira verso un obiettivo diverso. La cosa affascinante è la riuscita di questo metodo: la maggior parte della gente, senza rendersene conto, sposta la mira verso l’obiettivo designato dalla politica. Stupefacente.

Oggi, ci svegliamo in una situazione geopolitica che ha nuovamente cambiato assetto. Parlare di chiusura delle frontiere – lo ha dichiarato Hollande – è cosa accettabile per tutti.

Parlare di necessità di militarizzazione delle città, diviene auspicabile – ne ha parlato anche Pier Ferdinando Casini in TV – e quindi proponibile alle popolazioni.

Parlare di Terza Guerra mondiale tradizionale, entra a far parte dei discorsi quotidiani, e quindi si ottiene l’abitudine a un tema tanto terribile quanto assimilato come possibile e persino accettabile.

Anche se la “ipotetica” terza guerra mondiale non sarebbe più tradizoonale ma nucleare con conseguente immediata distruzione dell’intero mondo

Dopo la strage di Parigi, nessuno di noi dormirà più sonni tranquilli. Nessuno di noi in occidente, salirà a cuor leggero su una carrozza della Metropolitana – solitamente uno degli obiettivi sensibili per gli attacchi terroristici – o porterà i figli allo stadio senza dubitare che qualcosa di molto grave possa avvenire.

Il marketing della guerra sta dando i suoi frutti. Le popolazioni terrorizzate, accetteranno che ogni decisione presa dai governi, anche la più limitante della libertà individuale, venga presa in nome di una “sicurezza” che a mio avviso ha a che fare più con la decisione collettiva dei governi occidentali ad aderire al progetto di egemonia mondiale lanciato dagli egemoni USA, piuttosto che di una guerra fondamentalista islamica – genericamente parlando – che si abbatte random sulle popolazioni occidentali ree di non aderire all’ortodossia imposta da un Maometto che nulla ci azzecca con le strategie politiche e con le mire espansionistiche deliranti di un occidente schiavo del mito americano, al punto da abbracciarne modi, mode, metodi, azioni.

Il compimento di un ennesimo misfatto mondiale è già concreto. Mi auguro che stavolta, anche memori di ciò che è accaduto in passato, si compiano meno errori e si decida di non immolare milioni di persone incolpevoli sull’altare del potere.

Dubbi che non accada ne ho molti. La motivazione è proprio la constatazione – anche stavolta – della massima adesione popolare occidentale a sostenere qualsiasi azione pur di garantirsi quella serenità che, non se ne rendono conto, è negata proprio dai governi di cui sono cittadini e che ora si mostrano pronti a sedare l’orrore che hanno generato.

Che lezione abbiamo imparato dall’Afghanistan? Nessuna, si direbbe. È andata così, pazienza, torniamo a casa. Abbiamo fatto il nostro dovere, era una missione di pace. E poi, tutto sommato, ci sono state poche vittime.

Questo è quello che i media con le loro omissioni hanno fatto credere alla massa. Purtroppo non è così. La prima vittima, in Afghanistan, come in tutte le guerre, è stata la verità. Ma mentre le buone vecchie bugie di una volta avevano le gambe corte, negli ultimi decenni le bugie si sono evolute in complesse strategie di comunicazione, o meglio in false narrazioni, e hanno le gambe piuttosto lunghe. Soprattutto, sono programmate per durare a lungo, come nell’attuale guerra Russia – Ukraina

Mai come ora le narrazioni ufficiali non hanno alcun significato se non quello di tranquillizzare e orientare l’opinione pubblica dissimulando la verità sui disastri che abbiamo creato e quelli che eventualmente creeremo ancora. Mai come ora le narrazioni sulla guerra sono e continueranno ad essere in mano ai servizi segreti.

Come scrive Christiane Eilders, “Sebbene i media possano mancare di autonomia e tendano a inseguire il consenso parlamentare, le parti in guerra non possono contare su un atteggiamento dei media automaticamente favorevole. È ovvio che esse debbano sviluppare continuamente nuove strategie di controllo dell’informazione per assicurarsi che i media non contrastino le loro opinioni.

Per le parti in guerra, la percezione pubblica degli obiettivi della guerra e la guerra stessa, cioè l’opinione pubblica sulla guerra, è una risorsa fondamentale. Al giorno d’oggi le guerre non possono essere condotte senza il sostegno dell’opinione pubblica

Non solo l’opinione pubblica è espressa dai media, ma è anche prodotta e regolata attraverso i media. Esercitando il dovuto controllo sulla copertura mediatica, è possibile influenzare l’opinione pubblica verso l’accettazione o il rifiuto della guerra. […]”

La gestione militare dell’informazione che ne deriva si occupa sia dei soggetti interni o stranieri della politica o della società, sia delle parti in guerra coinvolte. Gli obiettivi più importanti sono la legittimazione, la deterrenza e la mimetizzazione.

Per raggiungere questi obiettivi vengono adottati diversi approcci: oltre a garantire la propria catena di informazioni e comandi, la regolazione e la selezione dei flussi di informazioni sono considerate decisive per la superiorità militare in guerra e in tempo di pace.

L’interruzione dei processi informativi della parte avversaria attraverso un sovraccarico di informazioni è considerato altrettanto essenziale quanto l’inganno sistematico e la costruzione dell’immagine della propria superiorità attraverso la comunicazione.

I mass media vengono utilizzati per tutte queste strategie: i giornalisti embedded, la pianificazione e la realizzazione di campagne mediatiche su questioni militari e la creazione di stazioni televisive militari sono solo alcuni esempi di tale utilizzo”. A questo sistema si aggiungono oggi le tecniche per la costruzione di senso.

Come osserva Christiane Eilders, il concetto high-tech di “guerra elettronica” ora include anche la sicurezza delle informazioni, le relazioni pubbliche e il controllo della percezione, nonché gli strumenti della cosiddetta “diplomazia pubblica” i cui contenuti vengono puntualmente aggiornati su Internet.

L’idea è quella di modificare le percezioni tra le élite politiche, i soldati e i civili e far capire loro che la guerra si combatte nella mente della gente piuttosto che sul campo di battaglia.

Quando il 10 Giugno del 1940 Mussolini si affacciò dal balcone di Piazza Venezia e, di fronte a una folla di migliaia d’italiani comunicò la dichiarazione di guerra, l’effetto sulla popolazione non fu quello di sgomento e paura, bensì di giubilo. Come si possa giungere a questo tipo di reazione da parte di una popolazione, lo stiamo vivendo in questo periodo storico.

Per far sì che le popolazioni aderiscano a un progetto di guerra mondiale, occorre un elemento: il marketing. In questo caso, applicato alla guerra. Mondiale.

Effettivamente, se si studiano le regole del marketing, si impara che, il primo metodo per creare una buona campagna di marketing è quello di creare una necessità, per poi proporre la soluzione.

Ora, finché si parla di inoculare nelle persone il desiderio spasmodico di ottenere l’acquisto di prodotti e servizi, per quanto le metodiche possano apparire aberranti, siamo nell’area dell’accettabilità. Ma quando queste tecniche vengono utilizzate per far bramare un conflitto, ci troviamo nel girone dell’inferno.

Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Si genera, per un lungo periodo, un sentimento di disprezzo verso un elemento considerato estraneo, nemico, da combattere, da espellere.

Si alimenta questo sentimento con la percezione concreta dell’imminente realizzarsi di gravi azioni contro la pace nazionale e l’incolumità delle persone, e si propone la soluzione ad hoc: l’adesione alla guerra, unica soluzione proponibile di fronte agli attacchi operati dal nemico del momento.

A ben guardare, sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, non vi era un reale nemico da combattere.

Fondamentalmente, le due guerre si svilupparono con un solo scopo: il potere assoluto sulle popolazioni del pianeta, il sogno di ogni leader politico a ogni latitudine del pianeta con una notevole attitudine a realizzare questo sogno, da parte della Germania, che fu artefice del primo e del secondo conflitto mondiale, a soli scopi espansionistici.

Il numero delle vittime di entrambi i conflitti fu pesantissimo, e questo deve far riflettere su un criterio assoluto: le perdite umane fanno parte del pacchetto potere di ogni governo, una conseguenza messa fra gli eventi da prendere in considerazione per giungere all’obiettivo fondamentale: garantirsi maggior potere.

Come accadde nei due precedenti conflitti mondiali, attualmente si opera con le stesse metodiche di inoculazione nella popolazione, di un sentimento di massima insicurezza, provocato da un “nemico” designato – anche oggi l’elemento da combattere è l’estraneo, il diverso, l’extracomunitario – che, in un crescendo di eventi sempre più brutali e di negazione dei diritti delle popolazioni riceventi lo straniero, sfocia in una accettazione collettiva attraverso la quale si dà il consenso ai governi, a prendere decisioni estreme – come il conflitto armato – pur di eradicare il nemico che attenta quotidianamente alla sicurezza e alla vita delle popolazioni. L’occidente in questo è maestro.

Riflettiamo attentamente su cosa accadde dopo l’11 Settembre. Gli USA da quel momento, ebbero il massimo sostegno sia da parte della popolazione che dei governi occidentali, ad aprire le danze di quello che sarebbe stato un conflitto in pianta stabile contro il Medio Oriente per motivazioni – quelle palesate – cui nessuno mai si sarebbe azzardato ad opporsi.

L’infame gesto kamikaze che portò alla morte di oltre 3.000 persone innocenti, non poteva che essere in parte cancellato dalla stessa moneta: la messa in atto di azioni militari mirate a sottomettere e sconfiggere il nemico.

Chi, di fronte alla morte di migliaia di persone non avrebbe fortemente sostenuto qualsiasi tipo di decisione degli Stati Uniti così pesantemente colpiti dal nemico islamico? Nessuno.

La riflessione però, deve avere una visione a 360° per poter essere approfondita e corretta. Oltre 3.000 morti, possono essere intesi come quell’elemento utile a uno Stato per giungere a compiere azioni militari seguendo un preciso disegno di dominio sul Medio Oriente?

Ognuno risponda secondo la propria capacità di analisi e di conoscenza dei fatti, ma il dubbio che si possa giungere persino alla plateale azione di omicidio massivo pur di creare la scusante a un conflitto che avrebbe coinvolto buona parte del mondo occidentale e creato le basi per un nuovo ordine mondiale non deve far pensare a complottismo quanto a ipotesi valutabile.

L’attacco terroristico accaduto a Parigi, giunge in un periodo in cui l’elemento dominante nelle popolazioni occidentali è quello del razzismo verso il mondo e la cultura islamica. Un razzismo spesso inoculato utilizzando ogni strategia possibile per far si che il maggior numero di persone si senta assediata dal nemico straniero.

Nel nostro paese, basta vedere ciò che un Salvini è riuscito a scatenare nell’animo di certi italiani, che è riuscito persino a convincere che qualsiasi extracomunitario – non importa se profugo o meno – tolga il pane di bocca a tutti, compia solo crimini di ogni sorta e vada assolutamente estirpato con ogni mezzo.

Salvini sa perfettamente come funziona il marketing del terrore e usa ogni strumento per aizzare la popolazione, rendere insicure le persone e portarle dritte verso l’obiettivo finale: ottenere il sangue del nemico, anche a costo di far scoppiare la guerra. Quella tradizionale.

Oltretutto, la capacità di fomentare le masse, ha un criterio che trovo affascinante nella sua assoluta aberrazione: i politici riescono a spostare l’attenzione delle popolazioni dal vero obiettivo a un altro.

In tempi in cui la gente dovrebbe scagliarsi contro la componente politica per i troppi scandali legati a un andamento delirante dell’utilizzo del potere, cosa si fa? Si sposta la mira verso un obiettivo diverso. La cosa affascinante è la riuscita di questo metodo: la maggior parte della gente, senza rendersene conto, sposta la mira verso l’obiettivo designato dalla politica. Stupefacente.

Oggi, ci svegliamo in una situazione geopolitica che ha nuovamente cambiato assetto. Parlare di chiusura delle frontiere – lo ha dichiarato Hollande – è cosa accettabile per tutti.

Parlare di necessità di militarizzazione delle città, diviene auspicabile – ne ha parlato anche Pier Ferdinando Casini in TV – e quindi proponibile alle popolazioni.

Parlare di Terza Guerra mondiale tradizionale, entra a far parte dei discorsi quotidiani, e quindi si ottiene l’abitudine a un tema tanto terribile quanto assimilato come possibile e persino accettabile.

Anche se la “ipotetica” terza guerra mondiale non sarebbe più tradizoonale ma nucleare con conseguente immediata distruzione dell’intero mondo

Dopo la strage di Parigi, nessuno di noi dormirà più sonni tranquilli. Nessuno di noi in occidente, salirà a cuor leggero su una carrozza della Metropolitana – solitamente uno degli obiettivi sensibili per gli attacchi terroristici – o porterà i figli allo stadio senza dubitare che qualcosa di molto grave possa avvenire.

Il marketing della guerra sta dando i suoi frutti. Le popolazioni terrorizzate, accetteranno che ogni decisione presa dai governi, anche la più limitante della libertà individuale, venga presa in nome di una “sicurezza” che a mio avviso ha a che fare più con la decisione collettiva dei governi occidentali ad aderire al progetto di egemonia mondiale lanciato dagli egemoni USA, piuttosto che di una guerra fondamentalista islamica – genericamente parlando – che si abbatte random sulle popolazioni occidentali ree di non aderire all’ortodossia imposta da un Maometto che nulla ci azzecca con le strategie politiche e con le mire espansionistiche deliranti di un occidente schiavo del mito americano, al punto da abbracciarne modi, mode, metodi, azioni.

Il compimento di un ennesimo misfatto mondiale è già concreto. Mi auguro che stavolta, anche memori di ciò che è accaduto in passato, si compiano meno errori e si decida di non immolare milioni di persone incolpevoli sull’altare del potere.

Dubbi che non accada ne ho molti. La motivazione è proprio la constatazione – anche stavolta – della massima adesione popolare occidentale a sostenere qualsiasi azione pur di garantirsi quella serenità che, non se ne rendono conto, è negata proprio dai governi di cui sono cittadini e che ora si mostrano pronti a sedare l’orrore che hanno generato.

Che lezione abbiamo imparato dall’Afghanistan? Nessuna, si direbbe. È andata così, pazienza, torniamo a casa. Abbiamo fatto il nostro dovere, era una missione di pace. E poi, tutto sommato, ci sono state poche vittime.

Questo è quello che i media con le loro omissioni hanno fatto credere alla massa. Purtroppo non è così. La prima vittima, in Afghanistan, come in tutte le guerre, è stata la verità. Ma mentre le buone vecchie bugie di una volta avevano le gambe corte, negli ultimi decenni le bugie si sono evolute in complesse strategie di comunicazione, o meglio in false narrazioni, e hanno le gambe piuttosto lunghe. Soprattutto, sono programmate per durare a lungo, come nell’attuale guerra Russia – Ukraina

Mai come ora le narrazioni ufficiali non hanno alcun significato se non quello di tranquillizzare e orientare l’opinione pubblica dissimulando la verità sui disastri che abbiamo creato e quelli che eventualmente creeremo ancora. Mai come ora le narrazioni sulla guerra sono e continueranno ad essere in mano ai servizi segreti.

Come scrive Christiane Eilders, “Sebbene i media possano mancare di autonomia e tendano a inseguire il consenso parlamentare, le parti in guerra non possono contare su un atteggiamento dei media automaticamente favorevole. È ovvio che esse debbano sviluppare continuamente nuove strategie di controllo dell’informazione per assicurarsi che i media non contrastino le loro opinioni.

Per le parti in guerra, la percezione pubblica degli obiettivi della guerra e la guerra stessa, cioè l’opinione pubblica sulla guerra, è una risorsa fondamentale. Al giorno d’oggi le guerre non possono essere condotte senza il sostegno dell’opinione pubblica

Non solo l’opinione pubblica è espressa dai media, ma è anche prodotta e regolata attraverso i media. Esercitando il dovuto controllo sulla copertura mediatica, è possibile influenzare l’opinione pubblica verso l’accettazione o il rifiuto della guerra. […]”

La gestione militare dell’informazione che ne deriva si occupa sia dei soggetti interni o stranieri della politica o della società, sia delle parti in guerra coinvolte. Gli obiettivi più importanti sono la legittimazione, la deterrenza e la mimetizzazione.

Per raggiungere questi obiettivi vengono adottati diversi approcci: oltre a garantire la propria catena di informazioni e comandi, la regolazione e la selezione dei flussi di informazioni sono considerate decisive per la superiorità militare in guerra e in tempo di pace.

L’interruzione dei processi informativi della parte avversaria attraverso un sovraccarico di informazioni è considerato altrettanto essenziale quanto l’inganno sistematico e la costruzione dell’immagine della propria superiorità attraverso la comunicazione.

I mass media vengono utilizzati per tutte queste strategie: i giornalisti embedded, la pianificazione e la realizzazione di campagne mediatiche su questioni militari e la creazione di stazioni televisive militari sono solo alcuni esempi di tale utilizzo”. A questo sistema si aggiungono oggi le tecniche per la costruzione di senso.

Come osserva Christiane Eilders, il concetto high-tech di “guerra elettronica” ora include anche la sicurezza delle informazioni, le relazioni pubbliche e il controllo della percezione, nonché gli strumenti della cosiddetta “diplomazia pubblica” i cui contenuti vengono puntualmente aggiornati su Internet.

L’idea è quella di modificare le percezioni tra le élite politiche, i soldati e i civili e far capire loro che la guerra si combatte nella mente della gente piuttosto che sul campo di battaglia.

Nel mezzo dello scontro tra Russia, Nato e Usa rimane l’Ucraina, anche se nel gioco delle grandi potenze tra speculazioni e propaganda, nessuno sembra ormai accorgersene, tranne i cittadini europei che soffrono per gli enormi aumenti di prezzi delle materie prime alimentari ed energetiche, la “paura” di un coinvolgimento militare, l’accoglienza di migliaia se non milioni di profughi, l’andamento in discesa delle borse mondiali che erode i propri investimenti finaziari, l’aumento anche del prezzo del petrolio, la sempre maggiore difficoltà di lavorare in modo sereno e proficuo per la propria atiività.
Insomma uno sconquasso degli individui e della società attuale, che non sarà presto e facilmente risolvibile, colpita prima dalla pandemia e poi dalla guerra ( E’ proprio vero che iove sempre sul bagnato)

Una guerra “incredibile” assurda e impensabile nel terzo millennio, causata da antichi rancori con voglia di rivalsa e soprattutto da mire espansionistiche non tando geografiche quanro economiche.
Ricordo che proprio oggi (3 marzo) la Russia ha siglato un accordo di fornitura gas alla Cina pari a 50 miliardi di metri cubi all’anno

La posizione ucraina sembra rimanere invariata, cercare di continuare un difficilissimo dialogo su più fronti e prepararsi ad ogni possibile sviluppo senza cadere nel panico. La guerra in Ucraina dura da quasi 8 anni , una cosa che oggi, paradossalmente, si tende quasi a dimenticare.

Cosi’ Striscia la Notizia del 3 marzo: “Dove non arriva la guerra, arrivano i telegiornali a sparare delle balle!”

Peggio del peggior film dell’orrore. Il nemico è in casa.
Il marketing della guerra si gioca tutto sulla propaganda, sulla informazione “deviata” sui mass media
La strategia di marketing ha funzionato anche stavolta. Obiettivo: raggiunto.

In collaborazione con Marketing Journal

Il quotidiano dedicato al marketing e alla comunicazione diretto da Marco Sutter e Biagio Maimone

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