giovedì 11 Agosto 2022

Ettore Mencaroni, l’umanità, la passione e la costante ricerca di bellezza e qualità

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In questi giorni di festa, vogliamo raccontarvi la storia di un “azienda” che rappresenta una di quelle eccellenze italiane che sono un po’ come quei tesori nascosti che devi andare a ricercare.

Per farlo, dobbiamo addentrarci in una terra dal fascino antico, avvolta da una profonda spiritualità,  in cui tutto parla di storia, dagli splendidi resti romani, alle basiliche di epoca cristiana,  dalle rocche medioevali ai palazzi rinascimentali, bellezze che, insieme alle verdi colline di una natura incontaminata, sono i protagonisti assoluti di questa regione.

Un angolo dell'Hotel Posta Donini
Un angolo dell’Hotel Posta Donini a Perugia

Siamo in Umbria, siamo all’Hotel storico Posta Donini, una residenza d’epoca edificata nel 1579, situata a pochi minuti da Perugia e da Assisi, nella frazione di San Martino in Campo, nel cuore della verde campagna umbra. Siamo in compagnia del Dottor Ettore Mencaroni, proprietario, insieme alla sua famiglia, della splendida struttura.

Buongiorno Dottor Mencaroni, ci racconti qualcosa della storia della sua azienda familiare.

Siamo una famiglia di albergatori da circa 40 anni. Prima, l’attività prevalente della famiglia, era nel ramo delle costruzioni. Mio nonno era un costruttore, aveva una sua impresa edile e lavorava nel territorio umbro, perugino, in particolare. Costruiva case, palazzi, ma aveva sempre in mente un’idea, un’ambizione, un sogno, chiamiamolo così, quello di costruire un albergo, da dare poi, eventualmente, in gestione o da affittare. Quando i figli, mio padre e mio zio, divenuti nel frattempo entrambi ingegneri, iniziano a lavorare con lui, realizzano finalmente questa idea e nel 1983 aprono il nostro primo albergo: il Perugia Plaza Hotel, il primo grande albergo della zona. A quei tempi, l’offerta alberghiero – turistica del territorio era piuttosto scarsa, c’erano, per lo più, piccoli hotel a conduzione prettamente familiare. Questo albergo, invece, rappresentava, per gli standard di allora, un salto di qualità: grande, 108 camere con tutti i confort, ipermoderno. All’inizio, mio padre, mio zio e mio nonno, fedeli all’idea originale di quest’ultimo,  lo affidano in gestione ad un direttore esperto, ma, nel giro di poco tempo, decidono di prendere direttamente nelle loro mani le redini della direzione, decidono di cambiare completamente la loro attività principale di ingegneri, di costruttori, di cambiare vita, praticamente,  diventando, così, albergatori. Ecco, tutto parte da qui.

La Famiglia Mencaroni
La Famiglia Mencaroni

Un cambiamento radicale. Sono stati coraggiosi. Lei quando inizia a lavorare in azienda?

Nel 1983, all’apertura del primo hotel, io avevo 6 anni. Si può dire che sono praticamente nato  e cresciuto dentro gli alberghi. Sin da bambino, sapevo, che quella sarebbe stata la mia strada, una sorta di predisposizione naturale. Dopo aver fatto gli studi di economia all’università di Bologna, sono tornato a Perugia, pensando di essere pronto per tuffarmi nel lavoro. Quando ho iniziato a lavorare in albergo, però, non è stato esattamente come me lo aspettavo.  Mi sentivo inadeguato, anche a dare un semplice comando, non mi sentivo Ettore, ma il “figlio del capo”, così, ho preso la decisione di  staccarmi nuovamente da casa per farmi un po’ le ossa altrove. Ho rifatto le valigie e mi sono trasferito a Roma, la città che, più di tutte, poteva offrirmi il meglio, in questo settore. Sono stato più di un anno a lavorare lì. È stata un’esperienza formativa decisiva, sotto tanti punti di vista. Quando sono tornato a Perugia, mi sentivo più sicuro di me, mi sentivo pronto a dare il mio contributo.

La Spa
La Spa

E i suoi genitori come presero questa sua decisione?

I miei genitori capirono come mi sentivo e appoggiarono pienamente la mia scelta. Vede, i miei sono sempre stati dei genitori molto attenti, molto presenti, ma allo stesso tempo hanno sempre lasciato a noi figli, noi siamo in tre, io e altre due sorelle, la libertà di prendere le nostre decisioni, di fare quello che ritenevamo più giusto, di seguire quello che sentivamo, anche se questo comportava un non allineamento con le loro idee, anche se questo poteva portarci lontano dall’attività di famiglia. Una mia sorella, ad esempio, ha fatto una scelta completamente diversa, fa il medico, mentre l’altra, lavora nella direzione dell’albergo, insieme a me. Sono sempre stati e sono dei bravi genitori, un punto di riferimento per me e le mie sorelle.

Una delle meravigliose camere
Una delle meravigliose camere

Che cosa le ha dato Roma che magari, con il tempo, non le avrebbe dato anche Perugia?

A Roma mi sentivo semplicemente Ettore e niente altro. Mi sentivo libero, anche di sbagliare. È stata un’esperienza decisiva per me.  È stato come un tirocinio su un campo scevro da ogni condizionamento, in quel mondo assolutamente mio, ma che, per quanto lo conoscessi da vicino, lo avevo sempre visto da un’angolazione interna diversa, da una posizione che in qualche modo, nell’atto operativo, nonostante tutto, mi faceva sentire inadeguato, non mi permetteva di muovermi liberamente. Sentivo che per fare bene quel tipo di lavoro, dovevo conoscerlo in prima persona, in tutti i suoi aspetti, partendo dal basso, ma, soprattutto, allontanandomi dalla mia zona privilegiata, dalla mia comfort zone, diremmo oggi. Dovevo farlo, innanzitutto, per me. Dovevo crescere, superare anche la paura di non sentirmi all’altezza delle tante responsabilità che mi attendevano. Per farlo, dovevo mettermi alla prova e Roma mi ha dato questo, un’opportunità unica, considerando anche la variegata offerta turistica e il bacino di utenza internazionale della città.  Lì, ho trovato un mondo completamente diverso dal mio, non solo dal punto di vista lavorativo. Ho imparato tanto e ho assorbito, come una spugna, tutto quello che potevo, come se avessi avuto mille occhi e mille orecchie. È stato un periodo molto importante. Dopo, quando sono tornato a Perugia, sono entrato in pianta stabile in azienda, occupandomi di un po’ tutti gli affari di famiglia, in particolare di questa villa, Posta Donini, la cui attività è molto complessa e diversificata. Oggi, facciamo ristorazione alla carta, convegni, qualsiasi tipo di evento, soprattutto matrimoni, ne abbiamo fatti oltre 500, e, ovviamente, facciamo turismo, specialmente quello internazionale.

La Sala Muse dell'Hotel Posta Donini
La Sala Muse dell’Hotel Posta Donini

Un impegno ingente. Senta, ma oggi che ha alle spalle tanta esperienza e che il capo è lei, che tipo di imprenditore è?

È difficile definirsi. Non lo so se mi sento propriamente un capo. La nostra, rimane, fondamentalmente, una gestione familiare. Sono accompagnato, appunto, da mia sorella che, seguendo il mio esempio, ha fatto anche lei le sue esperienze fuori casa, per poi tornare e dare il suo contributo fondamentale, e  dai miei genitori che, nonostante l’età, sono sempre un punto di riferimento. Sicuramente, posso dire che non sono un imprenditore spregiudicato. Sono una persona semplice, anzi, semplicissima, molto legata ai valori della famiglia. Cerco di passare il più tempo possibile con i miei figli, gioco a calcio con gli amici una volta alla settimana. Tutto questo lo porto con me sul lavoro, insieme a tanta forza di volontà e assoluta dedizione. È vero che tendo a non staccare mai completamente la spina, che sono molto critico, come dice mia moglie, ma perché sono uno che alza sempre l’asticella, che tende a non accontentarsi. Nel mio lavoro, ho sempre la sensazione che si possa e che si debba fare meglio, perché esistono sempre margini di miglioramento. Ho estrema cura del presente, dei dettagli, della soddisfazione immediata di chi ci sceglie, affinché tutto sia perfetto, in quel momento, ma ho un pensiero visivo, un’attenzione costante al domani, al futuro, come ogni imprenditore deve avere. Diciamo che il mio è un ruolo trasversale che va dal gestire al meglio il presente, e in questo ho dei validi collaboratori che mi aiutano, e, allo stesso tempo, quello di pensare al domani, di agire avendo una visione strategica del futuro e, su questo, non puoi delegare, ti puoi confrontare, ma non delegare. 

L'eleganza dell'Hotel Posta Donini
L’eleganza dell’Hotel Posta Donini

Guardando, per un attimo, al passato, invece, che anni sono stati questi, che tipo di difficoltà ha incontrato?

A parte la burocrazia, male atavico del sistema italiano, che complica e rallenta ogni cosa, devo dire che sono stati anni impegnativi, per vari aspetti. Nei primi 10 anni di  attività, da quando mio padre ha acquistato la villa nel 1999, abbiamo fatto, quasi esclusivamente, solo eventi, tanto che, nel mese di agosto, potevamo anche chiudere. Non è stato semplice, ma abbiamo continuato a crederci e abbiamo continuamente investito nella struttura per creare servizi e attrattive sempre più di qualità. Da qualche anno, abbiamo implementato l’offerta, aprendo anche un centro benessere. Lentamente le cose sono cambiate, migliorate, ed ora ad agosto lavoriamo tantissimo, soprattutto con la clientela straniera. Possiamo dire che, rispetto a 10 anni fa, siamo un’altra realtà. Siamo cambiati anche noi. Abbiamo capito che il primo cambiamento doveva partire, prima di tutto, da noi stessi, dalla nostra mentalità e capacità di accoglienza. Non vendiamo bulloni. L’empatia con i clienti, da qualsiasi parte del mondo essi vengano, è fondamentale. Abbiamo lavorato su noi stessi, abbiamo iniziato a  formare un gruppo di lavoro, una squadra capace di saper guardare avanti, oltre il proprio ristretto spazio vitale. Questa non è stata una cosa semplicissima. Vede, noi umbri siamo un po’ chiusi, chiusi in noi stessi, alle novità. Io, per alcuni versi, andando fuori casa, prima a Bologna e poi a Roma, avevo già imparato a conoscere e a superare i miei limiti. In qualche modo, ero già un po’ avvantaggiato. Alla fine, tutti insieme, siamo riusciti a convertire al meglio le nostre potenzialità. Siamo riusciti a costruire una vera atmosfera di accoglienza familiare, con tutti i dipendenti, un rapporto di rispetto, di vicinanza, di fiducia, non solo per lavorare bene quotidianamente, ma soprattutto perché,  chiunque scelga la nostra struttura, sia per una cena che per un evento, o semplicemente per soggiornare una notte, si senta completamente avvolto da questa atmosfera di calore e familiarità.

È molto lodevole questa costante ricerca di competenza, qualità e semplicità. E invece, la pandemia che cosa ha rappresentato?

Sicuramente, l’esperienza più difficile. Ritrovarsi chiusi, senza sapere come gestire una tale emergenza, per di più, con tutta la famiglia malata, compreso me, i mie genitori, è stato sicuramente il momento più brutto della mia vita. Ho passato giorni e notti insonni per cercare di far quadrare ogni cosa, tra consulenti del lavoro, commercialisti, dipendenti preoccupati. Mi sono sentito addosso tutto il peso delle responsabilità. È stata dura, ma oggi posso dire di avere una nuova consapevolezza. Tutto questo mi ha fatto crescere. Se non vieni messo alla prova, non ti conosci fino in fondo, non sai che hai dentro la forza necessaria per affrontare le sfide della vita. Ora, anche se, purtroppo, non ne siamo ancora fuori, le cose vanno lentamente migliorando. Dobbiamo essere fiduciosi. 

Su questo messaggio di speranza, per chiudere, le chiedo che cosa spera per il futuro.

Io mi reputo una persona fortunata e anche ottimista. Se penso alla storia di mio nonno e poi di mio padre, non posso, non esserlo. Loro hanno saputo mantenere vivi i loro sogni, realizzarli, ingrandirli, stravolgerli. Essere con l’esempio dei bravi genitori. Hanno saputo costruire in modi diversi, andando oltre il cemento, oltre i progetti su carta. Vorrei poter fare lo stesso. Vorrei, da imprenditore, implementare e diversificare, aprire nuove strutture ricettive, magari al mare o in montagna. Viviamo in un Paese unico al mondo, ovunque c’è tanta bellezza. Da uomo, da padre, anche io coltivo i miei sogni. Non le nego che mi piacerebbe che i miei figli si innamorassero di questo lavoro, come lo sono io, che si innamorassero di questo posto, come ne sono innamorato io, ma, soprattutto, che avessero il coraggio di inseguire i loro sogni e che fossero, soprattutto, felici, qualsiasi cosa sceglieranno di fare, esattamente come lo sono io.

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