lunedì 05 Dicembre 2022

Alessandro Laghezza: la costruzione di una nuova visione del futuro e di nuova bellezza per il Paese

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Il nostro viaggio all’interno di storie di aziende, storie di uomini, imprenditori lungimiranti e coraggiosi che hanno contribuito e contribuiscono ogni giorno a creare la ricchezza non solo economica di questo Paese, oggi ci porta in Liguria, “terra leggiadra” baciata dal mare, avvolta dai suoi incantevoli paesaggi, intrisa di sole, acqua, vento, così come di storia, arte, cultura.

Oggi siamo a La Spezia, nell’estremo levante della regione, situata al centro di un incantevole golfo naturale, conosciuto anche come Golfo dei Poeti. È da qui che parte la storia dell’azienda che vogliamo raccontarvi: la Laghezza S.p.A., leader in Italia nel settore delle Operazioni doganali, della Logistica e dei Trasporti. Siamo con Alessandro Laghezza, suo proprietario nonché CEO.

Buongiorno Dottor Laghezza, ci racconti qualcosa degli inizi della sua azienda.

La storia della mia azienda inizia negli anni 70, quando mio padre sviluppa la propria attività di spedizioniere doganale, acquisendo, negli anni, una professionalità riconosciuta. Nel 1987, insieme alla famiglia di Ino Ratti, che in quegli stessi anni operava a La Spezia come Agente Marittimo della Compagnia di Navigazione Ignazio Messina, fonda la Ratti & Laghezza, che si specializza nelle attività di transito doganale per conto di spedizionieri internazionali. È da qui,  dall’unione delle professionalità e dell’esperienza dei due soci fondatori, che ha avuto origine l’azienda di famiglia che adesso presiedo. 

Lei quando e come entra in azienda?

Dopo la Laurea in Economia e Management e dopo aver intrapreso alcune esperienze di studio e lavoro all’estero, sono ritornato nella mia città e ho iniziato a lavorare soprattutto come consulente. Dopodiché, ad un certo punto del mio percorso lavorativo, per forza di cose, mi sono ritrovato, sempre di più, a fare prevalentemente consulenza all’azienda di cui mio padre, allora, aveva una quota. Inizialmente, non per una particolare passione, quella è venuta dopo, ma perché avvertivo la necessità di supportarlo, di affiancarlo con le mie conoscenze che provenivano da un’estrazione ovviamente diversa dalla sua, prettamente operativa. 

Quando dice per forza di cose, vuol dire che non aveva pianificato di farlo, voleva fare altro?

La mia formazione non era finalizzata all’ingresso in azienda, era finalizzata a creare un bagaglio di esperienze, che mi potessero far spaziare in ambiti diversi. All’inizio, avevo voglia di conoscere, di sperimentare. I miei interessi erano vari, andavano dalla musica, all’arte, alla cultura. Ero molto aperto a nuove sollecitazioni. Avevo anche messo in conto di trasferirmi all’estero. Poi, però, stando sempre di più dentro l’azienda, ho capito che c’era tanto da fare, c’erano tanti terreni inesplorati, c’erano tante strade nuove che potevo percorrere. Così, ho preso in mano le redini dell’azienda soprattutto con l’intento di trasformarla da una realtà, per alcuni versi, “artigianale”, di dimensione medio piccola e locale, quale era, in una realtà di respiro nazionale, più ampia e diversificata, ed è quello che ho fatto negli ultimi dieci anni della mia vita. 

Una sorta di sfida con se stesso, o un semplice ricambio generazionale?

Diciamo che è stato un ricambio generazionale voluto quanto necessario. Solitamente, questo ricambio, nelle aziende italiane avviene più tardi, non nella fase crescente. Io ho preso in mano le redini dell’azienda a 36 anni, perché sentivo che era arrivato il momento di portare il mio contributo nella costruzione e nello sviluppo dell’azienda. Mi ero reso conto che c’erano diverse cose che non funzionavano, che avevano bisogno di essere cambiate, avevano bisogno di una profonda  trasformazione. Mio padre, non senza aver posto, all’inizio, qualche resistenza, ha compreso che era un passaggio necessario e ha avuto fiducia in me, nelle mie capacità, nel mio impegno. Vede, io sono sempre stato un figlio modello, il classico figlio affidabile, sincero, mai mancato ad una promessa o ad un impegno nei confronti dei genitori, bravissimo negli studi, pensi che da ragazzo non ho mai saltato un giorno di scuola. Successivamente, ho affermato la mia personalità, in un rapporto di dialogo, di confronto con mio padre, perché purtroppo mia madre l’ho persa che avevo 19 anni, che non sempre è stato un rapporto facile, concorde. Ma quando ho scelto di diventare amministratore delegato, forse all’inizio sì, un po’ anche per mettermi alla prova, l’ho fatto di comune accordo con mio padre perché entrambi avevamo capito che era arrivato il momento di farlo, non c’era tempo da perdere. 

Mi sembra che abbia vinto abbondantemente la fida con se stesso. Che anni sono stati quelli? E oggi è soddisfatto di sé?

Sono stati anni molto belli, molto intensi, impegnativi. I risultati si sono ottenuti, e la soddisfazione c’è. La strategia di crescita, di rinnovamento, di espansione e di diversificazione adottata, ci ha portato, sempre di più, a raggiungere obiettivi importanti e a guardare al futuro investendo costantemente in innovazione, formazione e progettualità. L’azienda, per com’è oggi, pur mantenendo l’attività delle origini, del settore storico delle spedizioni doganali, iniziato da mio padre, è una cosa completamente diversa, è molto più figlia mia. Ma tutto quello che ho fatto finora, l’ho fatto anche grazie all’apporto delle persone che hanno lavorato e lavorano con me. Sono soddisfatto, certo, ma sono anche consapevole che c’è ancora tanto da fare e sempre tanto da imparare, per questo continuo a guardare avanti. A differenza dei manager, che gestiscono il presente, un imprenditore deve guardare lontano, deve avere la visione del futuro, l’orizzonte ampio del mare.

Lei che imprenditore è?

Sono un uomo che ricerca profondamente l’armonia, quella sinergia fondamentale di tutte le componenti che portano alla creazione di una vera armonia, come nella musica. Ecco, ho fatto questo nel mio lavoro. Mi sono creato un’azienda armonica, a misura d’uomo. Mi sono circondato di collaboratori che stimo, lavoro con clienti e fornitori con i quali ho ottimi rapporti. Io non sono un uomo di trincea. Per me, la gestione di un’azienda non deve essere un esercizio di potere, di forza o conflitto, ma di confronto, condivisione, partecipazione. Questo fa parte del mio pensiero, del mio sentire, della mia mentalità, della mia formazione liberale, forse è anche un po’ l’impronta della città in cui sono nato e in cui vivo, la mia La Spezia, terra di confine, da sempre aperta alle contaminazioni, all’incontro, al contatto, allo scambio. Non avrei potuto e non potrei agire diversamente. Sono un uomo che ricerca armonia e bellezza in tutto quello che fa, nella vita come nel lavoro.  

Oltre ai tanti impegni, lavorativi e istituzionali, so che si occupa di vari progetti sociali. Anche questo rientra nella sua ricerca di bellezza e armonia?

Sì, anche se il mio impegno nel sociale, viene da molto più lontano, viene dalla mia passione per la politica, nata quando ero più giovane, politica intesa come espressione nobile della socialità, in una visione alta del significato della politica. Come imprenditore e come cittadino, sono fortemente convinto che ogni azione, piccola o grande che sia, intrapresa per sostenere realtà culturali, progetti sociali, ambientali, sportivi, contribuiscono a creare una ricchezza che va ben oltre quella economica, una ricchezza altra, capace di rendere la società veramente un posto migliore. Siamo tutti chiamati a traghettare la bellezza, in tutte le sue forme. 

Qual è il progetto, in questo ambito, a cui tiene di più?

Ce ne sono diversi, ma quello a cui sono più legato, è sicuramente il “Porto dei Piccoli”, un’associazione che sta vicino ai bambini malati,costretti negli ospedali, a queste creature sfortunate che attraversano forse il momento più buio e disperato della loro piccola esistenza, tante volte anche senza futuro, ai quali viene fornito supporto di tipo ludico, didattico, psicologico, e che sta vicino anche alle loro famiglie, provate da tanta sofferenza. Io sostengo l’associazione, sono anche nel consiglio da diversi anni, e, da padre, ci tengo particolarmente.

Lei ha, infatti, due bambini piccoli, due maschietti di dodici e sei anni.  Che padre è? 

Sono un padre che ha molto rispetto dei propri figli. Ritengo che solo temporaneamente esercito un ruolo di guida nei loro confronti, ma questo non mi da nessun diritto di imporre loro la mia visione o il mio modo di essere. Ho sempre cercato di dargli fiducia e di renderli orgogliosi di quello che sono, cercando, soprattutto, di farli crescere infondendogli sicurezza e fiducia in se stessi, che sono due componenti essenziali per lo sviluppo del loro essere. Tutto questo, con grande rispetto delle loro esigenze, dei loro desideri, delle loro personalità. Non dobbiamo crescere dei robot che devono scalare il mondo, che devono dimostrare chissà cosa, destinati a subentrare a noi, ma delle persone umane, serene, che devono, soprattutto, sentirsi libere di esprimere se stesse, con le loro passioni, fragilità, aspirazioni, caratteristiche. Saranno loro a decidere cosa vogliono fare nella vita. Saranno loro a capire cosa c’è dentro il loro cuore, io posso solo creare le condizioni migliori affinché possano realizzare i loro sogni. 

E nel suo di cuore, oltre all’immenso amore per i suoi figli che riempie di tanta dolcezza la sua voce, cosa c’è?

L’amore per i miei figli viene prima di tutto. Loro rappresentano il bene più prezioso.

Nel mio cuore c’è la passione per il mio lavoro che cresce ogni giorno di più, c’è la volontà di continuare a prepararmi per le sfide future. C’è la musica, soprattutto il jazz, il blues, che ha accompagnato tutta la mia vita, come nutrimento per l’anima. C’è la passione per le auto, in particolare per la Ferrari.  C’è l’amore per il mare, che mi trasmette pura energia, come nient’altro in natura e che mi ricorda l’orizzonte ampio della vita. C’è la passione per la politica, nel suo significato più alto e nobile. C’è l’amore per questo Paese, che si appresta ad affrontare una sfida estremamente importante ed essenziale per la sua crescita. C’è, come credo deve essere per ogni imprenditore, la visione e la fiducia nel futuro, la voglia di costruire futuro, non solo per se stessi o per i propri figli, ma anche per le persone che lavorano per noi, e me lo lasci dire, per costruire anche un pezzetto, un mattoncino di una società migliore. 

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